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LATINORUM - LETTERATURA - AUTORI - SALLUSTIO



  • La vita
    Gaio Sallustio Crispo, noto anche solo con il nomen Sallustio (in latino Caius - o Gaius - Sallustius Crispus, nelle epigrafi C·SALLVSTIVS·C·F·Q·CRISPVS ; Amiternum, 86 - Roma, 34 a.C.), fu uno storico, uomo politico, questore, tribunus plebis (tribuno della plebe) e senatore della Repubblica Romana. Cacciato dal Senato probri causa, partecipò alla guerra civile tra Cesare e Pompeo, parteggiando per Cesare, il quale lo ricompensò conferendogli la pretura, riammettendolo in Senato e nominandolo governatore della provincia dell’Africa Nova. Dopo la fallimentare esperienza di governo e a seguito dell'uccisione di Cesare, si ritirò dalla vita politica e si diede alla stesura di opere storiche, in particolare monografie. Grazie alle sue opere ottenne un'enorme fama ed è annoverato tra gli storici latini più importanti del I secolo a.C. e di tutta la latinitas.
    La sua è una figura fortemente rappresentativa della complessità e delle tensioni della società romana, che proprio durante la vita dell'autore si trova nella fase discendente della sua parabola, fino ad arrivare al crollo della res publica ed all'avvento del principatus (l'impero con Augusto). In un tale intrigo di vicende, in cui era incredibilmente brutale la lotta per il potere ed appariva evidente un quasi incolmabile vuoto di ideali, non era certo agevole assumere una posizione ideologica definitiva; a riprova di ciò è possibile scorgere in Sallustio un'enorme contraddizione tra il suo comportamento politico e le dichiarazioni di principio. Il suo fu un comportamento da arrivista ed opportunista senza scrupoli, e per ciò ricevette le adeguate condanne; al contrario le sue concezioni ideologiche sono improntate ad un irreprensibile moralismo, con una forte nostalgia per le virtù antiche ed una altrettanto forte condanna dei malcostumi viziosi della classe senatoria.

  • Le opere

    Sallustio scrisse due monografie storiche: il De Catilinae coniuratione ed il Bellum Iugurthinum, composte e pubblicate negli anni fra il 43 a.C. e il 40 a.C.. Restano numerosi frammenti di un'opera di più vasto respiro, le Historiae, iniziata intorno al 39 a.C. e rimasta incompiuta, che forse doveva fungere da allaccio tra le due monografie. Sono in nostro possesso anche delle opere che gli sono state attribuite erroneamente: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica e l' invectiva in Ciceronem, probabilmente esercizi scolastici posteriori.
    Sino a questo punto della storiografia romana le opere storiche principalmente redatte erano i regesti (il termine deriva molto probabilmente dalla locuzione res gestae, "le gesta", in quanto i regesti narrano "le gesta del popolo romano [res gestae populi Romani]"), nei quali gli eventi erano narrati secondo una scansione per annum, ovvero anno per anno. Sallustio introduce il carattere monografico, cioè racconta solo il fatto (come dirà lui nel De Catilinae coniuratione - cap. 4,2, per l'estratto v. la citazione sopra -, "carptim" = per episodi, monograficamente), arricchendolo di un accurata indagine introspettiva atta ad esaminare le cause più viscerali che hanno scatenato il fatto.
    Sallustio crea una storiografia di carattere politico e una storiografia di carattere filosofico. L'obiettivo di quest'ultima è storico, ma il risultato è tutt'altro che storico. La sua storia finisce per essere una filosofia della storia: il continuo scontro fra il bene e il male.



  • De coniuratione Catilinae

    Il De Catilinae coniuratione è la prima monografia storica mai composta in tutto il mondo latino; con essa Sallustio interrompe la tradizione annalistica dei regesti (che avevano una scansione per annum) della storiografia romana e, dato che si tratta di una monografia, si occupa di un solo episodio, che viene fatto entrare e viene sviluppato in tutto un contesto di cause che ne hanno favorito lo sviluppo. La monografia tratta appunto la congiura di Catilina e il moto che ne scaturì nel 63-62 – facendovi precedere un’analisi della condotta cesariana del 66-63, dimostrata (anche se non lo fu realmente) del tutto esente da colpe nella congiura e vista come unica valida alternativa al corrotto "regime dei partiti" («mos partium atque factionum») di cui auspica la fine, con conseguente riflesso sulle sue scelte politiche.
    Dopo un proemio moraleggiante e filosofico (cap. 1), basato sull'affermazione che l'uomo è composto di anima e di corpo e che le facoltà spirituali devono prevalere su quelle materiali (facoltà spirituali precipue sono l'attività politica, quella militare, quella oratoria, quella storiografica), tutta la prima parte restante dell’opera è, praticamente, un’analisi e una forte introspezione della figura di Catilina e dell’inquietante fenomeno rivoluzionario, alla luce di categorie storiche, morali e psicologiche. Ne risulta, perciò, un quadro largamente dipinto a tinte fosche, ma estremamente vivace, di una società estremamente corrotta, su cui campeggia come figura dominante Catilina, definito un monstrum (una stranezza) in quanto assomma nella sua complessa e contorta personalità caratteristiche diverse, persino opposte e contrastanti tra loro: è intelligente, coraggioso e malvagio; una figura sinistra, ma estremamente affascinante, al cui carisma sembra non riuscire a sottrarsi neanche lo stesso Sallustio. Accanto a Catilina, troviamo poi altri personaggi "studiati" con simile interesse: i congiurati, Sempronia, Cicerone (per quanto ridimensionato) e soprattutto Cesare e Catone il Giovane, messi a confronto nei capitoli 53,5 e 54 e visti ambedue come estremamente positivi, persino "complementari" per la salute della res publica di Roma, in quanto avevano una simile visione del mos maiorum: uno con la sua liberalità, munificenza e misericordia; l’altro con la sua integritas, severitas, innocentia.
    Come già si può desumere da quanto detto, il metodo e il fine adottati nell’analisi sono moralistici: Sallustio ritiene che l’antica grandezza della repubblica fosse garantita dall’ integritas e dalla virtus dei cittadini (dice nel capitolo 5,1 che, dopo aver descritto le doti e i vizi di Catilina, dato che l'argomento lo permetteva, avrebbe parlato nell' "archeologia" «delle istituzioni degli antenati in pace e in guerra, di come abbiano governato lo stato e di come l'abbiano lasciato così grande, e di come lo stato, cambiando a poco a poco, sia diventato da bellissimo ed eccellente a pessimo e corrottissimo») , e vede nel successo, nella ricchezza e nel lusso (ambitio, avaritia atque luxus) le cause della decadenza e la possibilità di tentativi di rei publicae capiundae (impadronirsi dello stato) come quello di Catilina.



  • Bellum Iugurthinum

    Il Bellum Iugurthinum è la seconda monografia storica composta da Sallustio e narra, in 114 capitoli, la guerra combattuta dai romani (111-105 a.C.) contro Giugurta, re di Numidia. Ma il pretesto bellico serviva a mascherare un'altra guerra, quella interna, del popolo che combatteva la prepotenza della nobiltà senatoria, la quale si era arrogata il monopolio delle imprese militari a vantaggio dei suoi appaltatori, avidi di nuovi guadagni provinciali. Non si trattò dunque in questo caso di una guerra voluta dall' avaritia (per usare un termine sallustiano) della nobilitas: infatti il senato non aveva realmente alcun interesse e non avrebbe tratto grandi giovamenti a combattere sul fronte africano, lasciando invece un vuoto sul fronte settentrionale, cosa totalmente deleteria, dato che sarebbe stato aperto all'invasione di Cimbri e Teutoni che andava preparandosi proprio in quegli anni. Anzi i ceti più interessati alla campagna africana erano gli equites (i cavalieri), sostenitori di una politica di sfruttamento delle risorse disponibili nel bacino del Mediterraneo, i ricchi mercatores (mercanti) italici, la plebe romana ed italica che intravedeva la possibilità, con la conquista, di distribuire le terre africane. In un quadro del genere è comprensibile come, dopo anni di guerriglia inconcludente, il «problema Giugurta» fosse destinato ad essere liquidato da un rappresentante delle forze interessate alla conquista, l' homo novus Gaio Mario, e non da generali aristocratici, che Sallustio inevitabilmente (ed ovviamente) accusa di corruzione, incapacità e superbia. Anche in quest'opera è presente un forte taglio moralistico ed essenzialmente politico: se infatti, da una parte, Sallustio si dimostra capace di forti sintesi storiche, tralasciando elementi essenziali all'analisi storica, quali le descrizioni geografiche ed etnografiche, assenti del tutto (quelle etnografiche) o trattati poco esaustivamente, dall’altra rivela tuttavia un grande vigore polemico nel denunciare l’incompetenza della "nobilitas" nella conduzione della guerra, e la sua corruzione generale; nel valorizzare le ragioni espansionistiche della classe mercantile; nell’auspicare la nascita di una nuova aristocrazia, fondata sulla virtus. Sallustio apprezza quindi i valori che gli antenati hanno cercato di tramandare e di seguire; ma purtroppo la corruzione ha ormai dilaniato l'intera res publica.



  • Lo stile

    Sallustio prende come modelli di pensiero e di stile due importanti personaggi del mondo classico, Tucidide e Catone il Censore.
    Dal primo attinge la capacità di ampliare la portata di un fatto per inserirlo in un più vasto contesto di cause: è quello che fa in particolare nell'«archeologia», nel sesto capitolo del De Catilinae coniuratione, dove imita coscientemente la vasta ricognizione tucididea della storia arcaica greca nel primo libro del suo ?e?? t?? ?e??p????s??? po??µ?? (pron. Perì tu Peloponnesìu polèmu, La guerra del peloponneso), oppure nei discorsi, vere e proprie pause d'interpretazione dei fatti oltre che pezzi di grande foggia retorica.
    Lo accomuna a Catone la concezione moralistica della storia come edificazione morale collettiva, e quindi come celebrazione nostalgica e severa di un passato glorioso da opporre agli elementi disgregativi che funestano la civitas contemporanea. Non a caso nell'«archaeologia» la ricerca delle cause più profonde, di stampo tucidideo, si unisce con i toni solenni della denuncia della crisi del mos maiorum, derivati da Catone.
    due modelli agiscono, a maggior ragione, anche sul livello stilistico. Da Tucidide Sallustio prende l'essenzialità dell'espressione, i lampi e la spietatezza del pensiero, le sentenze brusche, ellittiche (manca spesso il verbo sum, sia assoluto sia come ausilio per i tempi composti), l'irregolarità del dettato arricchito dagli arcaismi, la varietà delle forme sintattiche; da Catone invece un eloquio solenne, moralmente atteggiato, una lingua a volte severa a volte popolare, ruvida nelle forme, dalla pàtina arcaica, come nel lontano modello epico che anticipa la storiografia nella narrazione delle gesta collettive. Ne consegue uno stile basato sull' inconcinnitas, sul rifiuto della rotondità e della «dolcezza», della concinnitas della frase ciceroniana a favore di un discorso teso e dinamico, sempre alla ricerca della varietas espressiva. L'autore preferisce le brachilogie, le antitesi, le inversioni dei costrutti tradizionali (militiae et domi anziché domi militiaeque ecc.), i parallelismi, le variationes (pars....alii al posto del più usato alii....alii), l'uso ritmato e continuo dell'infinito narrativo, le frasi nominali e la costruzione chiastica (chiasmi). Dal punto di vista lessicale e fonetico, l'alta frequenza di arcaismi conferisce gravità e solenne ridondanza alla rapidità e brevitas delle forme sintattiche. Abbondano in particolare:

    * gli arcaismi grafici: es. novos (per novus, nuovo), pessumus (per pessimus, pessimo), lubido (per libido, piacere), advorus (per adversus, contro), vostra (per vestra, vostra);
    * gli arcaismi morfologici: -ere alla terza persona plurale del perfetto indicativo (al posto di -erunt); -is all'accusativo plurale dei sostantivi con tema in -i (es. omnis per omnes, tutti); -i al genitivo e -u al dativo singolare dei sostantivi della IV declinazione (es senati per senatus, del senato; luxu per luxui al lusso); il dativo del pronome relativo quis (per quibus, ai quali); il congiuntivo forem (per essem, che io fossi); altre forme non assimilate, come conruptus (per corruptus, corrotto);
    * gli arcaismi lessicali: la desinenza più solenne -udo per -tas (es claritudo per claritas,fama); la desinenza -mentum per -men (cognomentum per cognomen, cognome); i poeticismi (mortalis per homo, uomo; algor per frigus, freddo).

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