LATINORUM - LETTERATURA - AUTORI - TITO LIVIO
La vita
Le notizie sulla vita dell’autore sono scarse: nasce a Padova nel 59 a.C. si sposta a Roma in giovane età e si dedica alla ricerca filosofica. Molto presto, cioè circa all’età di trent’anni, tuttavia, i suoi interessi virano verso la storia e, intorno agli anni 27/25 a.C. inizia la stesura della sua monumentale opera, gli Ab urbe condita libri. L’opera si interrompe con la morte dell’autore, avvenuta nel 17 d.C.
Le opere
Dei 142 libri di cui era composta la grande raccolta degli Ab urbe condita libri, ci sono giunti integri solo i primi 10 e quelli compresi tra il 21 e il 45. La narrazione prende le mosse dalle origini mitiche di Roma e si conclude, con il libro 142, col 9 a.C. I libri superstiti trattano delle origini di Roma fino al 293 a.C. (primi 10 libri) e degli episodi che vanno dalla seconda guerra punica alla fine della guerra contro la Macedonia – dal 218 al 167 a.C. – (libri 21-45).
La narrazione è di tipo annalistico: Livio rifiuta il criterio monografico adottato da Sallustio.
È stato riconosciuto in sede critica un uso fondamentalmente acritico, da parte di Livio, delle sue fonti: l’opera di Valerio Anziate, Licinio Macro, Valerio Quadrigario e Catone sembra ed è semplicemente presa e riscritta: non c’è vaglio delle fonti, non ci sono tentativi di intervento laddove le fonti risultavano carenti. Stando così le cose, non è mancato chi ha proposto addirittura di tralasciare l’opera di Livio nella considerazione dell’evoluzione dello stile storiografico da Sallustio a Tacito.
In analogia con il punto di vista che già era stato espresso dallo storico greco Polibio, la narrazione dei fatti storici è sviluppata da Livio secondo un criterio romano-centrico; tutto ciò, sappiamo, è da riportare ad un suo atteggiamento chiaramente filorepubblicano (Augusto soleva rivolgersi a Livio con l’epiteto di «pompeiano»). Eppure i rapporti tra il princeps e Livio furono sempre buoni (ferma restando, tuttavia, da parte dello storico, l’avversione verso tutto ciò che celebrava l’individualità del principe) e questo si dovette al fatto che Augusto fin dall’inizio si proclamò restauratore dei valori tradizionali della repubblica.
Lo stile
Già Quintiliano contrapponeva le asperità dello stile di Sallustio alla chiarezza e alla regolarità dello stile di Livio. Il suo periodare è affine a quello ciceroniano: pacato, misurato, equilibrato. Con questo, la narazione dei singoli fatti non risulta piatta ma, al contrario, un’estrema varietà espressiva anima scene di grande pathos come battaglie, sommosse o aspri dibattiti. Il suo metodo è stato assimilato a quello dei cosiddetti ‘storiografi tragici’ di età ellenistica (Eforo, principalmente) in quanto il suo stile non è, banalmente, quello di un resoconto tecnico ma uno sforzo retorico, un esempio di arte.